Usa-Cina (ma non solo), la guerra commerciale è solo all’inizio

Le trattative, evidentemente, non sono andate a buon fine. I colloqui sottotraccia che, secondo molti analisti, avrebbero dovuto evitare il progredire della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina sono stati spazzati via dalle ultime mosse sia di Donald Trump che di Xi Jinping, segretario del Partito Comunista Cinese e presidente della Repubblica. Il governo della superpotenza asiatica ha infatti annunciato l’operatività dei dazi su 128 beni importati dagli Usa, tra cui carne di maiale e frutta, per un totale di 3 miliardi di dollari, in risposta alla “stretta protezionistica” decisa dall’amministrazione americana su acciaio e alluminio. Le tensioni commerciali tra Washington e Pechino si stanno ripercuotendo sui mercati globali, preoccupati per il rischio di escalation. Anche perché sono in molti a pensare che siamo solo all’inizio.

La stretta di Trump su alluminio e acciaio

Il mese scorso Donald Trump ha firmato alla Casa Bianca il provvedimento che imposto i dazi al 25% sull’acciaio e al 10% sull’alluminio importato. Una decisione che ha fatto seguito all’imposizione della stessa misura sui pannelli solari. Misure chiaramente rivolte contro la Cina. Esigenze di sicurezza nazionale, questo il motivo principale utilizzato dall’amministrazione per giustificare una tale mossa. Sotto accusa le “pratiche commerciali ingiuste” che hanno decimato le industrie Usa del settore, causando la perdita di 94mila posti di lavoro. In particolare, “i sussidi della Cina e la sua continua sovracapacità sono le radici della crisi”.

La risposta cinese, un messaggio biunivoco

Pechino non ha affatto gradito le stretta imposta da Trump. Il ministro del Commercio cinese ha parlato delle misure decise dagli Usa contro acciaio e alluminio come di un “abuso delle clausole di sicurezza” del Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, e colpiscono seriamente il principio della non discriminazione nel sistema multilaterale del commercio. Di qui la decisione di definire, il 23 marzo scorso, i beni target da colpire in risposta alle politiche americane. Le misure sono entrate in vigore il 2 aprile: una doppia serie di dazi, al 15% su 120 beni, tra cui la frutta come mele e mandorle, e al 25% su carne di maiale e derivati per un valore nel 2017 di 1,1 miliardi di dollari, che fanno della Cina il terzo mercato Usa di riferimento.

Sono in molti però a pensare che dietro questa risposta di Pechino vi sia un atteggiamento biunivoco, se non benevolo. Vengono infatti colpiti settori non vitale per l’economia americana, mentre vengono esclusi prodotti di vitale importanza come tutto il mondo dell’alta tecnologia. La Cina sembra quindi voler dire agli Usa che non è disposta ad assistere inerme allo show imposto da Trump ma, al tempo stesso, tende la mano per evitare che lo scontro si possa trasformare in qualcosa di non recuperabile. Una freccia nell’arco di Xi Jinping, per esempio, potrebbe essere quella del blocco delle importazioni di rifiuti che devono essere riciclati in Cina. Ma Washington ha già minacciato una catastrofica ripercussione sull’economia mondiale se questo dovesse accadere.

Le prossime mosse americane

Nonostante la minaccia dell’escalation, l’amministrazione Usa sembra già proiettata al passo successivo. Lo scontro è infatti destinato ad inasprirsi – e secondo qualcuno a trasformare quelle che sono ancora della scaramucce in una vera e propria guerra – sull’approvazione attesa da parte di Trump di altre misure fino a 60 miliardi di dollari, che includono 1.300 beni importati dalla Cina, tra telecomunicazioni, hi-tech e aerospazio. Il concetto che Trump vuole colpire è quello del “furto di proprietà intellettuali” messo in atto regolarmente da Pechino.

Il 22 marzo The Donald ha firmato il “Presidential memorandum” sulle azioni contro “le leggi, le politiche, le pratiche cinesi in materia di tecnologia, proprietà intellettuale e innovazione”. Entro giovedì 5 aprile il segretario al Commercio Wilbur Ross renderà noto l’elenco dei beni colpiti, per 50-60 miliardi di dollari. Inoltre sempre Ross dovrà istruire “azioni contro la Cina” in sede di Wto, mentre il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, studierà “restrizioni sugli investimenti delle aziende cinesi negli Stati Uniti”. Tutti e due dovranno riferire al presidente il 22 maggio. Difficile, se non impossibile, pensare a una marcia indietro improvvisa.

Il doppio binario con Mosca: commerciale e diplomatico

In tutto questo, sta cominciando a muoversi anche Mosca. Viktor Yevtukhov, viceministro dell’Industria e del Commercio, ha fatto sapere che la Russia a iniziato a sviluppare misure di risposta agli Stati Uniti, introducendo dazi reciproci (“che saranno istituiti a breve”) e sottolineando che si rivolgerà al tribunale del Wto, “come faranno altri Paesi”. Parallelamente, ne, sembrava essersi riaperto il canale diplomatico tra la Casa Bianca e il Cremlino, con Trump che aveva fatto filtrare l’ipotesi di un incontro con Putin a Washington o in un luogo neutro. Ipotesi che però sembra essere tramontata dopo lo scontro legato all’espulsione di 60 diplomatici russi, poi corrisposto da Mosca, nel contesto della vicenda del tentato omicidio dell’ex spia russa Sergei Skripal.