Le ragioni del nostro no

Il Presidente del Consiglio non avrà la nostra fiducia, ma avrà sempre il nostro rispetto. Perché siamo convinti che nell’abisso valoriale che ci separa ci siano elementi che devono tenere insieme la maggioranza e l’opposizione. Lei, Professor Conte, è anche il nostro Presidente del Consiglio. E noi la rispetteremo sempre: quando porterà il tricolore al G8 in Canada, quando ci rappresenterà al Consiglio Europeo di Bruxelles, quando prenderà la parola a nome di tutti gli italiani all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La nostra opposizione non occuperà mai i banchi del Governo in tono provocatorio, non insulterà i Ministri della Repubblica sui social network, non attaccherà mai le istituzioni della Repubblica al grido di “mafia, mafia!” com’è accaduto alle opposizioni della scorsa legislatura. Una pratica intollerabile, che ha tra l’altro contribuito a dar fiato ai pregiudizi che tanta parte d’Europa continua ad alimentare verso il nostro paese.

Con il suo governo, tra l’altro, lei può dimostrare che una parte del racconto della scorsa legislatura era falso. Lei è un premier non eletto, ma nessuno dall’opposizione negherà mai la sua legittimità. Lei rappresenta due forze politiche che non si sono presentate unite davanti agli elettori. E anche perché questo noi crediamo che nel corso della campagna elettorale voi abbiate detto il contrario di quanto avete sostenuto oggi. Andate sostenendo che sia iniziata la Terza Repubblica? Vedremo, ma certo è che gli 85 giorni trascorsi dal voto del 4 marzo ci fanno pensare di essere tornati alla Prima Repubblica. Quel che è sicuro è che nel frattempo avete contribuito a cambiare il vocabolario: quello che nella scorsa legislatura si chiamava “Governo dei non eletti” oggi si chiama “Governo dei cittadini”, quello che si chiamava “condono” oggi si chiama “pace fiscale”, quello che si chiamava “inciucio” oggi si chiama “contratto di governo”.

Noi votiamo contro perché il cosiddetto “contratto di governo” è scritto con l’inchiostro simpatico ed è garantito da un assegno a vuoto. Alcuni esempi: la Flat tax, a volerla prendere sul serio, costerà 60 miliardi di euro; alle ventimila persone dell’Ilva non è chiaro se darete un lavoro o un reddito di cittadinanza; l’abolizione della Legge Fornero costerà un minimo di 12 miliardi e un massimo di 20, e via di questo passo.

Ma il punto fondamentale per il quale noi voteremo No è puramente politico. E in tempi di antipolitica sono particolarmente orgoglioso di rivendicare questa qualità: noi siamo un’altra cosa da voi. Una parte importante dell’opinione pubblica crede che nei banchi della maggioranza sieda il bipolarismo di domani. Noi pensiamo invece che si tratti della coalizione di domani. Alcuni di voi sono entrati in queste aule, molti anni fa, sventolando un cappio. Altri, più recentemente, lo hanno fatto agitando un più banale apriscatole. Ecco, rispetto a voi noi siamo l’alternativa. Voi usate tecniche di aggressione verbale che non saranno mai le nostre, anche se potremmo sottolineare come tra di voi vi sia chi ha assunto parenti, chi ha avuto problemi con il fisco, chi è stato coinvolto in intercettazioni imbarazzanti. Noi siamo diversi da voi sull’Europa, perché i due partiti che oggi sostengono il governo siedono in Europa tra i banchi di Farage o della Le Pen. Noi siamo diversi da voi sui temi della giustizia, che leggiamo come garantismo e non come giustizialismo spingendoci a ricordare i nomi di Beccaria e Tortora quando ascoltiamo da voi il nome di Davigo.

Infine il linguaggio della politica. Non mi ha colpito che Salvini abbia iniziato il suo lavoro da ministro muovendo dai temi dell’immigrazione. Mi ha colpito invece che abbia annunciato “La pacchia è finita”. Un’espressione che non può essere condivisa, perché non c’è nessuna pacchia per chi attraversa il deserto, rischia di morire in mare, assiste agli stupri che vengono perpetrati nei lager di detenzione. Per questo, in risposta ad espressioni come queste, voglio che risuonino in quest’aula i nomi di Mor e Modou, due cittadini senegalesi uccisi da un italiano razzista a Firenze. Per questo, Ministro Salvini, da padre a padre le chiedo di fare attenzione alle parole perché i nostri figli ci ascoltano. Lei non è più soltanto un leader politico, ma oggi rappresenta un paese. E il nostro paese non può permettersi di scatenare crisi diplomatiche contro la Tunisia mentre il Mediterraneo ha bisogno di pace. E se Di Maio ha detto “Lo Stato siamo noi”, io non solo credo che quella frase sia molto infelice (perché l’ultimo che l’ha pronunciata è stato Luigi XIV) ma sono convinto che oggi voi non siete lo Stato ma il Potere. E davvero tocca a voi, perché siete un Potere privo di alibi al quale auguro in bocca al lupo. Prima delle nostre divisioni di parte c’è l’Italia. E l’Italia ha bisogno di responsabilità e chiarezza, non di polemiche da campagna elettorale.

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