“Caro Pd, ti dico che..”: al Nazareno la parola agli intellettuali

Una cosa un po’ d’altri tempi, gruppo dirigente e intellettuali di varia estrazione e cultura riuniti per quasi otto ore al Nazareno per scambiare opinioni su quello che è successo, su quello che può succedere, su come si può ripartire. Una mole enorme di argomenti e spunti, una riflessione vera e anche molto critica, sollecitata all’inizio da Maurizio Martina senza inviti a sorvolare su “errori e limiti”, guardando con preoccupazione alla situazione (“C’è una bella differenza fra l’essere forze antisistema e poi caricarsi delle responsabilità di governare”), aprendo una riflessione complessa della quale quello di oggi si può considerare solo un primo appuntamento.

Qualche nome, subito, dei tanti intervenuti: Mauro Magatti, Enrico Giovannini, Carlo Calenda, Nadia Urbinati, Alberto Melloni, Mario Ricciardi, Claudia Mancina, Nathalie Tocci, Guido Crainz. Nomi   autorevoli. Del Pd, con Martina, il già citato Calenda, Orfini, Guerini, Delrio, Orlando, Richetti, Pinotti, Madia, tanti altri. E ancora Nicola Zingaretti, Pierluigi Castagnetti, Luciano Violante, Fabrizio Barca, Luigi Berlinguer.

L’introduzione tutta politica e corredata da un’analisi non banale del voto è stata di Giorgio Tonini. Non banale perché, cifre alla mano, ha spiegato che la tendenza al calo del Pd si vede già nel 2013 ed è solo momentaneamente bloccata e invertita nel 2014 ma poi ripresa e in modo clamoroso nel 2018: è una tendenza che marcia insieme alla crisi dello Stato-nazione e della stessa idea dell’Occidente, così come l’ha descritta Bill Emmott: “E’ la prima volta che l’Occidente non è minacciato dall’esterno ma minato al suo interno”. Ed è in questo quadro – lo hanno poi sottolineato in molti – che è nato e prosperato il nuovo populismo, frutto dell’intreccio – ha detto Tonini – di “insicurezza economica, minaccia alla sicurezza e incapacità del sistema politico”; qui matura la crisi della socialdemocrazia fine ‘900 (essendo perfettamente inutile – lo ha detto bene Magatti – rispolverare le idee di una Terza via ormai fuori fase). La “linea”, adesso, è “trasmettere al Paese l’idea che abbiamo capito il messaggio del voto” e, parafrasando Obama, che è necessario “ricominciare da Main Street, non da Wall Street”.

In parecchi (Magatti, Nadia Urbinati, ma anche Crainz e dal suo punto di vista Melloni, fra gli altri) hanno insistito sul cruciale bisogno di guardare al Paese per come esso è e non per come si immagina che sia. Enrico Giovannini è stato molto crudo: “E’ stato un errore analitico pensare che mettere i soldi in tasca alla gente consentisse automaticamente all Paese di ripartire” e in breve al Pd è mancata “una visione da contrapporre a quella dei populisti” dimenticandosi di porre la questione di una “crescita qualitativa” oltre che della distribuzione della stessa. Questo della “visione” è stato un problema ripreso da Claudia Mancina, soprattutto tenendo conto che non si dovrà fare opposizione “scavando trincee”  ma, appunto, “cambiando narrazione”.

Ma forse è stato di Calenda l’intervento più denso, anche perché si tratta di un protagonista della stagione appena conclusa. Per l’ex ministro bisogna cambiare molto. Due cose su tutto. La prima è l’assillo a vivere nel presente, accantonando la “retorica del domani”: “Gli Stati Uniti d’Europa non ci sono: ci battiamo perché ci siano, ma ora il punto è l’interesse nazionale: non è di destra difendere l’interesse nazionale, io ero pagato per difenderlo”. E poi bisogna chiarire, a proposito della paura: “Il futuro ‘è’ la paura, questa paura non può essere esorcizzata: bisogna dare diritto di cittadinanza a questo sentimento”. Anche Magatti dirà più o meno la stessa cosa, spiegando che “sennò si finisce che solo quelli di via Montenapoleone, che non hanno paura, votano per te”. Calenda poi ha fatto una previsione politica: “Si andrà a votare rapidamente perché Salvini vuole fare fuori il M5s e costruire una destra forte alla Orban”. E infine ha detto che serve “un manifesto” all’insegna della “discontinuità”.

In diversi hanno battuto sulla conferma della distinzione destra-sinistra (la filosofa Donatella Di Cesare, anche il direttore della rivista Il Mulino Mario Ricciardi che ha perorato un “riformismo radicale”, invitando anch’egli ad un “europeismo realistico e non moralistico”), dentro un quadro che ha assunto tinte drammatiche: l’”onda nera” (Melloni) intrisa persino da elementi della cultura clerico-fascista, non escluso l’antisemitismo di ritorno.

Difficile trarre una conclusione da questo magma di riflessioni (qui ne abbiamo offerto solo uno spicchio), se non l’auspicio – dice Martina – di una ripresa della voglia di discutere e di mettere insieme persone e idee, in vista di una “ripartenza” che non può essere solo politica ma anche e forse soprattutto culturale, di progetti, di visione.