Perché non può esistere un’industria italiana senza acciaio

L’Ocse che mette in guardia: l’Italia è l’unico Paese del G7 che nel secondo trimestre di quest’anno ha registrato un rallentamento della crescita.

Un dato che i nuovi governanti hanno immediatamente spazzato sotto il tappeto preferendo (nell’immediato infatti pagano di più, non importa a quanto pare se il resto va in malora) le prove muscolari televisive e via web a nascondere il vuoto di prospettive e di strategia per il Paese che ormai caratterizza drammaticamente quest’esecutivo e i suoi ministri.

Ma certo non possono spazzarlo sotto il tappeto le centinaia di imprese del nostro Paese che in questi anni con grandissima tenacia e qualità hanno continuato a credere nei loro prodotti e che rappresentano la dorsale manifatturiera seconda in Europa e settima nel mondo. Quella che continua a fare del made in Italy un’eccellenza e un competitor mondiale e che ha bisogno come il pane non di aiuti a perdere o prebende o minacce ma di politiche industriali, di azioni per la qualità del lavoro, l’innovazione, la formazione, il rinnovamento dei macchinari, l’espansione produttiva e la diversificazione dei prodotti, la crescita dimensionale, il passaggio verso l’automazione di segmenti produttivi e dunque la quarta rivoluzione industriale.

Ecco a me piace pensare – e questa è la strada che come Partito democratico dobbiamo assolutamente perseguire – che la discussione di stasera sia, oltre che tra i relatori invitati, soprattutto con loro, con quei lavoratori e quegli imprenditori, proseguendo con tenacia e senza deflettere per un istante il filo che in questi anni abbiamo tessuto con determinazione e, voglio usare sia pure con la dovuta cautela questa parola necessaria, coraggio.

C’è voluto del coraggio, infatti, e molto, quando dinanzi al mancato rilancio da parte di Cevital dell’area a caldo di Piombino abbiamo lavorato di concerto con istituzioni territoriali e parti sociali senza sosta perché Piombino non perdesse una gloriosa storia industriale e un asset strategico. Se stasera ne possiamo parlare, insieme ai nuovi acquirenti, è esattamente in virtù del lavoro fatto e della tenacia con cui è stato perseguito questo obiettivo.

E c’è voluto del coraggio, e molto, per decidere, dinanzi ad uno degli scenari più drammatici della nostra storia, di immaginare e perseguire un rilancio per l’Ilva e tutti i territori coinvolti che dovesse significare, anzi non potesse prescindere, dalla bonifica ambientale di Taranto e dalla tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini perché solo così, ovvero non solo perseguendo i colpevoli, si poteva rimarginare una ferita profondissima. Ed ecco perché oggi suona ancora più allarmante, con tutto il rischio per la condanna a un ruolo ormai poco meno che marginale, la richiesta di incontro urgente anzi urgentissimo che le parti sociali rivolgono al governo per comprendere cosa e come aspetta il futuro di Ilva. Una richiesta che noi non avremmo mai avuto bisogno di ricevere – ed è una differenza non da poco – per convocare il tavolo e dire con chiarezza e senza alibi i nostri propositi e assumere le nostre responsabilità.

E dunque la domanda, per nulla banale, è quella che arriva dalle cose e suona pressapoco così: si può discutere di politiche industriali e del loro futuro nel nostro Paese senza parlare di acciaio e di quella dorsale manifatturiera d’eccellenza, meccanica e meccanica fine tanto per intenderci, che oggi ha intorno a sé un deserto di interlocuzione politica? Ed esiste un’industria senza l’acciaio?

Questa domanda, con tutto quello che comporta, noi non possiamo eluderla né bypassarla. Neanche se pensassimo, e molti di noi infatti lo pensano, che nel presente e nel futuro del Paese dovrà esserci sempre più spazio per i servizi e segmenti come il turismo, l’immateriale, l’agroindustria, la gastronomia, la valorizzazione delle eccellenze culturali e territoriali.
Sarebbe però uno sbaglio enorme che pagheremmo a carissimo prezzo nutrire il conflitto tra segmenti produttivi e mandare alle nostre imprese minacciosi segnali conflittuali.

Perché non si può immaginare un lavoro di qualità senza un’impresa di qualitàe perché tenere insieme crescita e inclusione, e dunque anche le diverse territorialità del Paese ad iniziare da quella cruciale nord-sud, è la strada complicatissima e obbligata da cui passa la possibilità del nostro Paese di continuare a contare qualcosa in Europa e nel mondo.

A chi preferisce alimentare a dismisura il conflitto tra lavoro e impresa io dico senza pensarci nemmeno una volta: io sto con il lavoro, e con quel lavoro che produce cose e insieme alle cose saperi, competenza, qualità, identità, vocazioni, futuro.
E dunque alla domanda iniziale se può esistere un’industria senza l’acciaio io dico attenzione: senza l’acciaio italiano la nostra industria, e dunque l’Italia, perde competitività e posizionamento. Mentre il nostro compito (nostro come forza politica e come classe dirigente) è proprio nell’accompagnare, sostenere e imporre politiche per una produzione di qualità e per il posizionamento verso i piani alti dei mercati. Non è una nostalgia del passato (e sì che Piombino potrebbe anche tentarci) ma una necessità del presente e una domanda ineludibile, se siamo ancora intenzionati ad averlo, del nostro futuro