Tutti i costi delle scelte degli irresponsabili

Il governo ha deciso di alzare il rapporto deficit/Pil al 2.4 per cento per i prossimi tre anni. Si tratta di una decisione irresponsabile, in primo luogo nei confronti del Paese e dei cittadini, che rappresenta una vera “svolta a U” nella politica di bilancio che il Paese aveva seguito negli ultimi anni.

Di conseguenza il debito rispetto al Pil smetterà di scendere e ricomincerà a salire. I tassi di interesse sui titoli di Stato schizzeranno in alto, come già sta avvenendo. Spread più elevati impatteranno negativamente sui bilanci delle banche, deprimendone le quotazioni, come pure sta già avvenendo. Aumenteranno i costi del finanziamento per famiglie e imprese. Tutto ciò è già avvenuto nei mesi passati a seguito delle dichiarazioni di esponenti del governo e della maggioranza. Come allora il Paese si vedrà tassato e impoverito per colpa di scelte irresponsabili.

Tralascio la valutazione della reazione della Commissione Europea. Osservo solo che con questi valori di deficit e di debito è come se il Paese si autodichiarasse colpevole di infrazione da solo, con le conseguenze di una apertura di procedura di infrazione e possibile rinvio al mittente del prossimo documento di bilancio. E con possibile, ulteriore, reazione negativa dei mercati.

Ma gli aspetti negativi riguardano anche i contenuti delle misure (su cui peraltro dovremo attendere ulteriori chiarimenti). Colpisce che nel “def del popolo “ non si parli di occupazione. Le speranze di nuovi posti di lavoro sono legate al pensionamento anticipato indotto dalla “riforma della legge Fornero”. Si insiste sulle facoltà miracolistiche del reddito di cittadinanza, che è, e rimane un sussidio e un incentivo a non lavorare.

E’ poi vergognoso l’annuncio del presidente del Consiglio dell’avvio del “più grande piano di investimenti” che tralascia il particolare che le risorse annunciate sono risorse mobilizzate dal governo precedente. Ma mi chiedo come questo governo, confusionario e dilettantesco, potrà mai effettivamente mobilitare tutte queste risorse. Insomma, per ora il governo del cambiamento, alla voce occupazione rimane alla perdita di 8000 posti di lavoro all’anno previsti dal decreto Di(maio)gnità.

Sul piano fiscale la flat tax lascia il posto a una rimodulazione delle aliquote, il cui numero dovrebbe ridursi nel tempo (quindi aggiungere incertezza per il contribuente). Mistero (e preoccupazione) avvolgono la “pace fiscale” che sembra tanto essere una ridenominazione di una vecchia conoscenza dei governi del centro destra, il condono. Insomma tanto “spazio fiscale” grazie a una politica di sforamento senza vergogna (a proposito, la scena dei ministri che esultano dal balcone di Palazzo Chigi mi ha fatto veramente vergognare, e un po’ rabbrividire per le immagini sudamericane che evoca, e che fa il paio con il clima di linciaggio contro i funzionari pubblici, in particolare del Mef, dei giorni passati).

Ma si può e si deve fare meglio. Il Paese ne ha bisogno. Il Pd ha avanzato delle proposte che senza mettere in discussione il risanamento dei conti fa fare importanti passi avanti ai giovani, alle famiglie, alla lotta alla povertà, agli investimenti, al taglio delle tasse.

Per i giovani, oltre a risorse a sostegno delle famiglie, è prevista l’introduzione di “pensioni di garanzia” che aiuteranno chi va in pensione con il sistema contributivo e con carriere discontinue.

Le misure di sostegno alle famiglie e il reddito di inclusione (che sarà rafforzato) saranno molto efficaci nel ridurre la povertà e aumentare l’equità del sistema (che la flat tax invece riduce).

Infine gli investimenti. Quelli pubblici, che dovranno tornare al 3 per cento del Pil dopo la caduta a seguito della recessione e dovranno essere sostenuti soprattutto a livello locale. E quelli privati che continueranno a beneficiare delle misure di agevolazione già introdotte con Impresa 4.0 e che saranno rafforzate. Più investimenti e più crescita accresceranno la domanda di lavoro da parte delle imprese. Anche grazie alla riduzione del cuneo fiscale di quattro punti in quattro anni. Una buona ed efficace politica per la crescita inclusiva e possibile, senza distruggere la fiducia e il risparmio degli italiani.