Congresso Pd, ecco le 11 tesi dei liberal
Individuerei quattro aspetti chiave delle 11 Tesi che l’associazione Libertà Eguale offre al Pd e al centrosinistra, come esito dell’incontro di Orvieto di qualche mese fa, in questo contesto che è anche di preparazione al Congresso Pd.
Anzitutto, come primo elemento, il rifiuto netto di una mentalità di appeasement con i nazionalpopulisti, con entrambi gli alleati di Governo: la funzione dei riformisti “non può e non deve essere quella di chi tenta di ‘addomesticare’ il populismo, tramite alleanza con tutto o parte di questo schieramento, ma quella di costruire una credibile alternativa di governo”. Si tratta di contrapporsi meglio, non di giocare di sponda alla subalternità a uno dei due partner identificato come male minore. Ciò che unisce i partner di Governo è infatti ben più di quanto non si voglia spesso affermare. C’è un giudizio comune, sbagliato, sul fatto che l’interesse nazionale comporti la chiusura, il rigetto di una sovranità europea che affianchi senza annullare quella statale.
La sovranità di cui si sente la mancanza e su cui i nazional-populisti fanno leva non è stata trasferita ad istituzioni con l’unica eccezione della politica monetaria. Essa è evaporata, “non è più dove era, presso lo Stato-nazione, ma non ha trovato sede nelle istituzioni comunitarie.” Quindi il secondo elemento è l’uscita in avanti da questa impotenza con una sovranità non generica dell’Unione Europea, ma della zona Euro, a cominciare da un bilancio di quella specifica zona, come motore europeo della crescita, come già ben prospettato da Macron e Merkel. Una scelta che dovrebbe rappresentare l’elemento divisorio delle maggioranze da realizzare possibilmente prima, ma al limite anche dopo, il voto europeo. La funzione storica della sinistra democratica, quella di aver dato un’organizzazione, un contesto ordinato, alla distruzione creatrice del capitalismo non può più essere perseguita efficacemente nel solo spazio delle sovranità nazionali.
Ma a questo punto sorge legittimo il dubbio: se questa impostazione non porta a dividere in chiave parlamentare e politicista i due pezzi nazionalpopulisti e bisogna far conto solo su una ripresa autonoma, italiana ed europea, dei riformisti, qualora quelle due forze si dividessero, come si garantirebbe un Governo dotato di una maggioranza anche in alternativa a elezioni anticipate? A cosa dovrebbe servire l’eventuale prosecuzione della legislatura?
Soprattutto in tale ipotesi varrebbe allora la pena (terzo elemento) di riprendere l’impegno per le riforme istituzionali ed elettorali, accantonato dopo il referendum, anzitutto con “una forma di legittimazione diretta del Governo, che la riforma costituzionale respinta il 4 dicembre 2016 proponeva di risolvere per via elettorale e attraverso la limitazione del rapporto fiduciario alla sola Camera. Gli stessi obiettivi perseguiti attraverso il modello di forma di governo parlamentare efficiente, potrebbero essere raggiunti – con un consenso più ampio – attraverso
l’adozione integrale del modello semi-presidenziale francese (costituzionale ed elettorale). Un disegno alternativo a quello fatto proprio dall’attuale maggioranza che invece propone un’inflazione di referendum per aggirare la crisi delle istituzioni con un confuso modello di sedicente democrazia diretta. Va altresì riproposta una riforma del Senato per “sciogliere il nodo del rapporto conflittuale centro- periferia, per ora affidato alla mediazione (anche politica) di un organo di controllo come la Corte Costituzionale.”
I riformisti, in questa chiave, quarto elemento di collocazione in questo caso nella società (mentre i tre precedenti si riferiscono al sistema politico nazionale ed europeo) non si collocano solo tra i perdenti, ma all’incrocio di un nuovo
intreccio tra meriti e bisogni, che oggi non corrispondono a due precise e fisse aree sociali, ma ad esigenze di ogni persona in ogni fase della vita. L’intreccio tra meriti e bisogni comporta anche alcune conseguenze precise su
policies decisive: sull’immigrazione l’autonomia politica dei riformisti richiede di concludere l’oscillazione “tra la rincorsa alle posizioni di chiusura dei nazionalpopulisti e l’estremismo dell’apertura senza limiti: ”Oltre al rispetto rigoroso del diritto d’asilo, sulle migrazioni economiche va proposto un compromesso ragionevole tra i diritti dei residenti a non vedere colpita la propria sicurezza e condizione sociale e il diritto dei migranti ad avere nuove opportunità, quindi riaprendo i canali legali di emigrazione con la relativa programmazione dei flussi”.
Sulla scuola va affermato che abbiamo sbagliato per timidezza, non per eccesso di innovazione. L’autonomia degli istituti, la valutazione e l’alternanza non si sono accompagnati alla “piena ed effettiva responsabilizzazione dei dirigenti, all’introduzione di vere e proprie carriere degli insegnanti, alla forte differenziazione dei loro salari in rapporto ai risultati raggiunti, alla esplicita introduzione di dispari opportunità positive a favore degli Istituti e degli alunni delle realtà sociali più difficili”.
Anche sulla giustizia vi è stata un’oscillazione pericolosa tra ricorrenti rigurgiti giustizialisti e teorie pericolose dell’attuale maggioranza sul fatto che la sovranità popolare non dovrebbe avere limiti. Bisogna invece trarre le conseguenze della riforma costituzionale del giusto processo, mantenendo autonomia e l’indipendenza della magistratura, ma affermando senza timore la più netta distinzione tra la funzione e la carriera dei magistrati requirenti da quelle dei giudicanti.
Ovviamente queste posizioni possono essere discusse e criticate, come giustamente accadrà, ma difficilmente si può negare che esse esprimano un posizionamento chiaro sia di politics sia di policies con una forte coerenza interna su cui valutare le scelte possibili che si presenteranno al Pd e al centrosinistra nei prossimi mesi.